iForexFacile

Il portale dedicato a chi non si limita a SAPERE ma tende a CAPIRE…

   

Le strategie di politica monetaria delle Banche Centrali (secondo appuntamento): I regimi “ibridi” della FED e BCE.

Tag icon

Published under Banche, Economia e dintorni

Clock icon

12 ottobre 2012

Comments icon

No comments

Salve a tutti, oggi continuiamo a parlare delle caratteristiche della Banche Centrali in particolar modo quelle più influenti in ambito Internazionale, cioè FED E BCE. Secondo la maggioranza degli osservatori, la politica monetaria degli Stati uniti e dell’ Eurozona è difficilmente inseribile nella tassonomia dei regimi esistenti. In particolar modo, a giudizio della BCE, sia il dibattito teorico sia l’evidenza empirica non consentono di individuare chiaramente una superiorità di un approccio rispetto all’altro (monetary targeting e inflation targeting, discusse nel primo articolo).

La strategia della Banca Centrale Europea è di tipo “diretto”, dal momento che non esiste alcun obiettivo intermedio. Le sue decisioni sono però prese in un modo abbastanza complesso, dal momento che non si basa esclusivamente sulle stime sull’inflazione futura per decidere di volta in volta i suoi interventi: data l’incertezza sul funzionamento dell’economia e sullo stesso valore delle più rilevanti variabili economiche, la BCE utilizza anche numerosi indicatori al fine di verificare la presenza o meno di pericoli inflazionistici. A parte questo, si deve osservare che la reazione della BCE davanti a un pericolo inflazionistico non è mai automatica dal momento che la BCE “calibra” il tempo e l’intensità dei suoi interventi anche in relazione alle cause dell’inflazione e dall’andamento del settore reale. Nel complesso, comunque, la BCE ha ripartito le principali informazioni che analizza prima di prendere le sue decisioni in “variabili economiche” e “variabili monetarie”. Tale strategia è detta a “due pilastri”.

Il primo pilastro è rappresentato, dalle variabili economiche esse comprendono tutte le variabili che la BCE ritiene rilevanti per individuare la presenza di elementi inflazionistici /deflazionistici, con l’esclusione delle cosiddette “variabili monetarie” (la moneta, nelle sue diverse definizioni, e il credito).

Sebbene infatti l’inflazione sia, secondo la BCE, “in ultima analisi” un fenomeno monetario, la stessa ritiene che la sola analisi dell’evoluzione degli aggregati monetari non sia in grado di fornire una informativa esauriente al fine di definire adeguatamente la politica monetaria da intraprendere. Le variabili economiche e finanziarie oggetto di questa analisi comprendono: l’andamento del prodotto complessivo; la domanda aggregata e le sue componenti; la politica di bilancio; la situazione sui mercati dei capitali e del lavoro; un ampio ventaglio di indicatori di prezzo e di costo; l’evoluzione del tasso di cambio dell’economia mondiale e della bilancia dei pagamenti; i mercati finanziari e le posizioni di bilancio dei settori dell’area. L’esame di tutti questi fattori è utile ai fini di una valutazione della dinamica dell’attività reale, nonché del probabile andamento dei prezzi risultante dall’interazione fra offerta e domanda nei mercati dei beni, dei servizi e dei fattori di produzione su orizzonti temporali più brevi.

In questa analisi, debita considerazione è data alla necessità di individuare la natura degli shock che colpiscono l’economia, i loro effetti sul processo di formazione dei costi e dei prezzi e le prospettive di breve e medio termine per la loro propagazione. Per poter assumere le decisioni appropriate il Consiglio direttivo della BCE deve conoscere la natura specifica e l’entità degli eventuali shock economici che minacciano la stabilità dei prezzi.

Il secondo pilastro è rappresentato dalle variabili monetarie cioè la moneta e il credito, a partire dal maggio 2003 hanno solo il ruolo di confermare le conclusioni che emergono dall’analisi delle “variabili economiche” relativamente al problema della crescita dei prezzi nel lungo periodo. L’idea di base è che una situazione di crescita eccessiva e prolungata della moneta peggio se accompagnata a una crescita eccessiva del credito, non motivate dall’andamento delle altre variabili, potrebbe rappresentare un segnale di pericolo per la stabilità dei prezzi nel medio lungo periodo.

Si può facilmente affermare che l’approccio fondato a due pilastri, consente una verifica incrociata delle indicazioni derivanti dall’analisi economica a breve termine e di quelle provenienti dall’analisi monetaria di più lungo periodo. In tal modo, la politica monetaria non trascura nessuna informazione utile ai fini della valutazione delle prospettive per gli andamenti dei prezzi, si riduce così il rischio di errori nella conduzione della politica monetaria, causati da un eccessivo affidamento su un singolo indicatore.

L’esperienza americana fornisce dei dati rilevanti circa il tipo di strategia adottato dal Federal Reserve System; anche in questo caso si evince chiaramente che la strategia adottata non è inseribile specificatamente alla tassonomia esistente, e per lo più, come la BCE, anche la FED mantiene una certa discrezionalità, prescindendo dall’applicazione di una regola fissa, negli interventi di politica monetaria. Per tale motivo, si è detto che per la FED, l’unica cosa più importante della politica monetaria è “farla” (just do it) attribuendo alla Banca Centrale il compito di assegnare i pesi ai tre obiettivi finali da perseguire (crescita, occupazione e inflazione) e di modificarli in base alle circostanze.

In questo contesto, ciò che rileva è la capacità della Banca Centrale di mantenere la fiducia dei mercati a fronte di cambiamenti, anche molto repentini, del proprio comportamento, come quello che avvenne all’inizio di questo secolo, quando la FED, prevedendo una difficile fase ciclica, passò da una politica restrittiva, che aveva portato ad un progressivo aumento dei tassi di interesse negli anni precedenti, ad una politica espansiva e a numerose e incisive riduzioni dei tassi in soli dodici mesi.

Nel caso statunitense, questa discrezionalità è favorita dalla mancata specificazione di obiettivi quantitativi esplicitamente dichiarati e da una definizione poco stringente della crescita economica ottimale e della stabilità monetaria. Non è un caso che la FED abbia sempre mantenuto una certa ambiguità sugli obiettivi finali perseguiti, e che abbia definito “crescita ottimale” quella massima compatibile con la stabilità monetaria e quest’ultima come quel tasso di aumento dei prezzi del quale le famiglie e imprese non tengono conto nel prendere le proprie decisioni quotidiane. Nonostante ciò, sembra difficile sostenere che la credibilità attribuita alla FED dai mercati internazionali sia inferiore a quelle delle Banche Centrali, come la BOE (Bank Of England), che adottano in modo più esplicito regimi di inflation targeting.

Da questa completa descrizione dei due regimi, si capisce chiaramente che la FED ha maggior spazio per stimolare la crescita e l’occupazione(QE=BAZUCA MONETARIO=STAMPO MONETA) rispetto al “nostro” Draghi il quale riceve costantemente pressioni tedesche riguardo all’obiettivo principale della BCE (la stabilità dei prezzi= inflazione contenuta), Anche per questo secondo appuntamento è tutto, vi ringrazio.

Economista, analista e trader

Salvatore Carrivale




Qualora l'articolo fosse di tuo gradimento, ti invitiamo a sostenerci mediante una piccola donazione cliccando l'apposito bottone in alto a destra nella pagina o sul banner sottostante.






    Lascia un commento

    Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.

    Captcha *

Bottom border